venerdì 12 agosto 2005

Ferragosto

Era Ferragosto, nel '96. Nel caldo soffocante della città semideserta, nel caldo appena meno asfissiante della nostra casa, stavamo per metterci a tavola. I due bambini mangiavano per primi, come al solito. Noi aspettavamo che loro finissero e solo dopo, quasi in silenzio, stanchi, ci saremmo seduti: in cucina, senza tovaglia, maccheroni al sugo, polpette, patate fritte, ma solo perché era Ferragosto.


In quel momento, squillò il telefono. Non aspettavamo chiamate: una scocciatura proprio a Ferragosto ?


Non ricordo la voce, credo fosse mio padre, o suo cugino: "Mamma sta male" disse solo "la portiamo all'ospedale di B." e riattaccò. Il tempo di bere un po' d'acqua, mettere in bocca un pezzo di pane, vestirmi al minimo ed ero già in macchina. Quel posto era lontanissimo da casa, bisognava attraversare tutta la città e poi addentrarsi per le campagne a nord. Mi fermai un paio di volte a chiedere la strada: a Ferragosto sembrano tutti spaesati, spauriti, diffidenti. Senza sapere bene come, arrivai in vista dell'ospedale. Scesi dalla macchina, e vidi il cugino di mio padre venirmi incontro con una faccia che non lasciava dubbi.


Sentii all'improvviso cadermi addosso una stanchezza, un caldo, come se il mio corpo mi avesse abbandonato e fossero rimasti solo gli occhi a darmi un po' di contatto col mondo reale. In certi momenti ci si chiede davvero che cos'è il mondo reale.


Lei era lì, stesa sul marmo, bianca come il marmo. Sembrava la statua di sé stessa. Sembrava perfino più piccola. E invece era la più grande, senza dubbio la più importante donna della mia vita, poiché mi aveva dato la vita. Quanto era stata capace di farsi odiare, per aver troppo amato ! Quanto era stata vittima del prossimo, comportandosi al di sotto delle sue reali possibilità ! Quanto si era agitata, per far andare le cose com'era giusto che andassero, perché lei lo sapeva che cosa era giusto, ma non sapeva convincere gli altri. Quanto aveva scommesso su di me, unico figlio, e quanto non si era resa conto di aver vinto, in parte, e quanto aveva perso ! Avrei dovuto fare il medico, secondo lei: chissà magari sarei riuscito a guarirla di tutti i suoi mali, veri o presunti. Perché quando si è convinti di essere malati, si è più malati dei malati veri.


Adesso lei era lì, e qualcuno le aveva chiuso gli occhi, non io. Assente ingiustificato. Mio padre fuori dal mondo come al solito, incapace di starle vicino fino alla fine. E io dov'ero ? Ad occuparmi della mia famiglia. Come se bastasse dar da mangiare a due bambini piccoli per occuparsi della famiglia. Troppo orgoglioso per perdonare, troppo introverso per riuscire a comunicare con una donna che mi stava dando troppo, in modo che credevo sbagliato, quasi come mia madre.


Alla fine, l'uomo della macchina nera disse che faceva troppo caldo, dovevamo andare. Il corteo di poche auto si mosse verso il paese. Non so come e perché, io ero da solo nella mia macchina. Sulla discesa c'eravamo soltanto noi: vidi la fila di macchine avanti a me, capeggiata da quella lunga e nera. Fu allora che scoppiai a piangere, come non avrei mai immaginato. Fu allora che compresi che lei non c'era davvero più per me, per nessuno: era davvero tadi, troppo tardi.

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