mercoledì 9 novembre 2005

Ipotesi su una fine cosmica

Questo l'ho scritto quando avevo 20 anni, nel 1974. Mio zio era da poco morto d'infarto a 50 anni e io stavo vivendo molti cambiamenti nella mia vita.



E si alzarono improvvisi, altri si alzarono all'improvviso.
Non sapevi più dire se era chiaro; infine volò via il fungo del tempo. Il colore, il sapore di uno stare tanto per guardare, un'abitudine superata. E si alzarono improvvisi, mentre altri si alzavano all'improvviso. Il calore, l'odore di un'altitudine separata. E infine si improvvisarono all'improvviso. Forse avevi pensato che era normale; forse credesti che fosse normale. Tutto ciò che è male, è banale. Ma non eri tu: era il vento che ti portavi dentro da lontano. E venne, e passò; e si fermarono gli occhi smarriti, di una luce che più non sapeva la foglia, il fiore, il cielo aperto; e cantarono corde mai vibrate, in quell'aria limpida e fredda, e poi tacquero. Un piccolo piede calcava distese rocciose , e salti, e precipizi; e si perse nel buio improvviso. E vennero, e andarono piccoli piedi leggeri, e si persero. Passavano tutti e, passando, significavano. Fu allora che tu cominciasti a vedere, la terra si mise a salire. Salito, disceso, veloce ed incerto, scivolasti per luoghi di vuoti e di sorde città.
Così, dalle mute origini di un canto inarrestabile, procedevi per gradi, o per gocce di luce; ma vuota era la mèta, e freddi e oscuri furono i passi; ma vuoti erano gli altri, e freddi e oscuri per te risultarono. E l'immobile universo si gloriò di aver suscitato tante piccole sensazioni; e poi l'immutabile universo si pentì di esserne colmo; ma ognuno proseguiva per la sua strada, tutti inventarono una strada. E furono vene, o ferite che solcarono ben presto terre e cieli; e più nessun volo fu permesso. Volare è inutile; inutile parlare.
Guarda lontano: forse scorgi cose interessanti. Intorno a te troppa perfezione, troppo rarefatta percezione. Non c'è più un gabbiano, un'ala. Perfetta predisposizione. C'è un pulsante, un piccolo pulsante apposito. Non è rimasto neanche un gabbiano, una piuma. Svaniti i gabbiani, e le ali, e i cieli; e tutte le fonti di luce sprofondarono in abissi grigi e vertiginosi.
Veloce, veloce, più veloce: e vennero mostruose macchine, e andarono; e vennero silenziose, perfezionate, tremende macchine lucide, e rimasero. Passò un vento forte, le onde vibrarono, le foglie rabbrividirono. Un brivido perfetto, astuto. Passò un vento debole e portò via le ultime ceneri di una bruma spenta e violacea. Cadde l'aria e il vento.
Squarci di corazze brucianti, nel cielo basso oscuri sinistri bagliori; qua e là occhi spenti, invano rivolti alle tenebre; mani ed unghie a confermare la nera terra maledetta. Atomo su atomo, tutto andò separato e perduto; e tutto fu perduto. Quanto tempo perduto, quanto amore perduto, sprecato, buttato, soffocato. E tutto cominciò a fuggire, lontano, sempre più veloce; fuggì il tempo da quell'orrore, fuggì la vita e il sentimento. E per ultime fuggirono le idee, ad inseguire gabbiani, ed ali, e luce, e cieli, e amore che fuggivano.
E quando le idee furono abbastanza lontane, tutto ritornò insieme: ali, gabbiani, il tempo, l'amore, il sole nel cielo ed anche una terra. Fu un ritorno un po' triste. Nessuno si alzò più all'improvviso.

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