mi meraviglio, ogni volta, di svegliarmi e trovare tutte le cose intorno, allo stesso posto in cui le avevo lasciate addormentandomi: chiunque abbia progettato la realtà, l'ha fatto in modo davvero realistico: armadio, comodino, pantofole, governo...
anche uscendo di casa: trovo sempre la stessa via, le stesse case, l'arco, la pasticceria, la piazza, nella piazza il vigile (sempre lo stesso), più in là la posta, l'incrocio, il bar dove prendo il caffè
ecco: il caffè sembra sempre lo stesso, ma sospetto che cambi da un giorno all'altro (mi riferisco al liquido scuro, non al locale)...
martedì 15 febbraio 2011
martedì 1 febbraio 2011
Visioni d'infanzia
Dalla finestra di casa di nonna si vedevano i lavori di costruzione di un palazzo. Scavatrici e ruspe facevano un buco grande, rettangolare, nel terreno. Camion andavano e venivano, portando via la terra. Ogni camion era riempito in cinque minuti circa, poi lasciava il posto al successivo.
In seguito altri macchinari scavavano altri buchi, piccoli e profondi. Per le fondamenta, mi dissero.
Dopo un po' di giorni cominciavano i lavori col cemento. Grosse betoniere versavano quella specie di fluido grigiastro dentro un imbuto, e poi un meccanismo, una specie di pompa, portava il cemento dentro le forme di legno che erano state costruite. Passavo le giornate ad osservare gli operai che costruivano quelle forme, che avrebbero dato vita a pilastri, traverse e altri pezzi di cemento.
Quando il cemento si era solidificato, gli operai si davano da fare per distruggere le loro magnifiche opere in legno. Era arrivato il momento dei mattoni. Grandi camion di mattoni lasciavano il loro carico, ancora impacchettato, sul terreno, e la gru sollevava e trasportava pacchi di mattoni là dove servivano. Opportunamente sistemati, quei mattoni diventavano muri e solette per pavimenti, appoggiandosi al cemento appena costruito.
Non vidi le fasi successive della costruzione di quel palazzo, e forse non riconobbi nemmeno il palazzo stesso, molti anni dopo. Ma quella costruzione è rimasta nella mia memoria come un bel ricordo infantile, un sogno, forse un'allegoria.
In seguito altri macchinari scavavano altri buchi, piccoli e profondi. Per le fondamenta, mi dissero.
Dopo un po' di giorni cominciavano i lavori col cemento. Grosse betoniere versavano quella specie di fluido grigiastro dentro un imbuto, e poi un meccanismo, una specie di pompa, portava il cemento dentro le forme di legno che erano state costruite. Passavo le giornate ad osservare gli operai che costruivano quelle forme, che avrebbero dato vita a pilastri, traverse e altri pezzi di cemento.
Quando il cemento si era solidificato, gli operai si davano da fare per distruggere le loro magnifiche opere in legno. Era arrivato il momento dei mattoni. Grandi camion di mattoni lasciavano il loro carico, ancora impacchettato, sul terreno, e la gru sollevava e trasportava pacchi di mattoni là dove servivano. Opportunamente sistemati, quei mattoni diventavano muri e solette per pavimenti, appoggiandosi al cemento appena costruito.
Non vidi le fasi successive della costruzione di quel palazzo, e forse non riconobbi nemmeno il palazzo stesso, molti anni dopo. Ma quella costruzione è rimasta nella mia memoria come un bel ricordo infantile, un sogno, forse un'allegoria.
domenica 30 gennaio 2011
I giorni freddi
Nei giorni più freddi
si sogna il sole
e tutto sembra teso
al futuro infinito.
Silenzi all'esterno
e dentro rumori
come segni di vita
nonostante.
si sogna il sole
e tutto sembra teso
al futuro infinito.
Silenzi all'esterno
e dentro rumori
come segni di vita
nonostante.
venerdì 24 dicembre 2010
giovedì 23 dicembre 2010
dietro
Suonano spesso le campane, qui. Per segnare il tempo che se ne va. O forse quello che viene. Chissà.
L'inverno concilia il sonno. Non quello della ragione, quello dei sensi. La ragione, quando c'è, serve. Serve a non sentirsi alla fine della storia. No, non ancora.
Poche cose vanno bene, ma quelle poche contano. Quando si naufraga, ogni legno è buono per fare da galleggiante. Isole, se ne trovano, a saperle cercare. L'importante è che nessuno sappia dove sono.
L'importante è lasciarsi il mare immenso, dietro.
L'inverno concilia il sonno. Non quello della ragione, quello dei sensi. La ragione, quando c'è, serve. Serve a non sentirsi alla fine della storia. No, non ancora.
Poche cose vanno bene, ma quelle poche contano. Quando si naufraga, ogni legno è buono per fare da galleggiante. Isole, se ne trovano, a saperle cercare. L'importante è che nessuno sappia dove sono.
L'importante è lasciarsi il mare immenso, dietro.
venerdì 3 dicembre 2010
sabato 23 ottobre 2010
Aspettandoti
Ti avrei aspettata, sì, quasi per sempre, in questa notte di luna piena, piena di speranza sciolta nella nebbia della disperazione.
Come il passo di un gatto, cadenzato con irregolarità, sentivo il tuo battito, vicino benché lontano.
Silenzi, presenze. Non c'è parola che possa dire il cuore d'un uomo, che cosa contiene. Non c'è forma sufficientemente adeguata alla sostanza. Non c'è.
Il domani non conta. A volte confonde. Non so dirti la potenza del sentimento che a te mi lega, e invece ogni volta ci provo. Non è mai troppo grande, non è mai troppo. Ne voglio ancora di più, ogni giorno.
Sono ancora qui, che aspetto. Perché so che non deluderai il mio cuore. Un bacio. O qualche milione, chissà. Per un istante ci siamo incontrati. Per sempre. Amore.
Come il passo di un gatto, cadenzato con irregolarità, sentivo il tuo battito, vicino benché lontano.
Silenzi, presenze. Non c'è parola che possa dire il cuore d'un uomo, che cosa contiene. Non c'è forma sufficientemente adeguata alla sostanza. Non c'è.
Il domani non conta. A volte confonde. Non so dirti la potenza del sentimento che a te mi lega, e invece ogni volta ci provo. Non è mai troppo grande, non è mai troppo. Ne voglio ancora di più, ogni giorno.
Sono ancora qui, che aspetto. Perché so che non deluderai il mio cuore. Un bacio. O qualche milione, chissà. Per un istante ci siamo incontrati. Per sempre. Amore.