Rita ha una lavanderia, uno di quei negozietti vecchi, piccoli, impregnati di odor di solventi, umidi del vapore del ferro da stiro. Ci si entra per il tempo strettamente necessario a consegnare una camicia, un cappotto, un paio di pantaloni a cui si tiene particolarmente, una coperta da "rinfrescare" prima di metterla via al cambio di stagione, oppure per ritirare la propria roba, lavata e stirata.
Rita è sempre gentile, parla con le signore clienti, anche se con gli anni è diventata un po' sorda. O forse lo era anche da giovane, chissà. Rita non è nata qui, è venuta al tempo in cui i sogni sembrano realizzarsi, per amore di un "lui" che ora non c'è più. Rita non ha il registratore di cassa, fa gli scontrini sull'apposito blocchetto, scrivendoli a mano, con grafia un po' incerta. Forse non ci vede più tanto bene.
Rita ha il caffè pagato, ogni giorno, al bar di fianco, da qualche misterioso benefattore. Quella è l'unica pausa che si concede, a metà mattinata, nella sua lunga giornata lavorativa. Caricare o scaricare le macchine lavatrici. Stirare. Appendere. Scontrini.
Al tramonto, Rita chiude la bottega e ritorna a casa, da sola.