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martedì 8 novembre 2016

Il libro!

Ho pubblicato una mia raccolta di brevi racconti, in gran parte frutto della Fantasia.

Potete leggerne un'anteprima e se vi piace, potete acquistarlo, sia in formato cartaceo che e-book, qui: Leggi anteprima.

A presto e buona lettura!

venerdì 6 gennaio 2012

Annunciazione

Per l'Epifania quest'anno niente post, però vi invito a rileggere questo, che scrissi per l'Epifania del 2009.

venerdì 12 febbraio 2010

Il caciucco del gòlgota

C'inerpicammo per la ripida costa del monte. Presto ci mancò il fiato. Il flauto, invece, ci mancava da sempre. Ci fermammo per recuperare un po', e fu proprio in quel momento che lo vedemmo apparire, là, fra le frasche degli alberi di leccio e di ontano, là lontano: il caciucco del gòlgota! Maestoso, imponente, sublime. Indescrivibile. Infatti non possiamo descriverlo. Soltanto riportarne qualche sensazione, così, senza azione. Non provammo paura, piuttosto sgomento, al di sotto del mento. Non provammo stupore, piuttosto gratitudine: sì eravamo grate, Anna e io, come di un tombino. Non capita tutti i giorni di poterlo ammirare, il caciucco del gòlgota, e nemmeno a giorni al Terni. Una volta a settimana? Macché! Una volta nella vita, o nella vite, come dice il bullone. Restò per un infinito attimo a guardarci, o forse ci sembrò che ci guardasse. Poi si voltò e si allontanò! Oh no! Non avevamo avuto il tempo nemmeno di scattare una foto, anche perché per la nostra macchina fotografica "scattare" era un verbo alieno. Quell'esperienza ci restò nel cuore come un embolo. Ritornammo presto a valle. Valle a raccontare certe cose!

venerdì 29 gennaio 2010

Il piatto - Minidramma in due Atti


Il piatto - Minidramma in due Atti




Personaggi e interpreti:









Il Grande Nonsense (GN) La Vita
Il Grande Freddo (GF) La Solitudine
Il Grande Buio (GB) La Morte




Atto Primo - Il piatto vuoto


Interno, giorno. I Tre Personaggi sono seduti intorno a un tavolo, e stanno sorseggiando il tè.


GF: Sono stato a trovarlo, in questi giorni; stava seduto a tavola, davanti a un piatto vuoto. Gli ho parlato ma non mi ha risposto. Sembrava troppo preso dai suoi pensieri...


GN: Io lo conosco da molti anni, quasi cinquanta direi. So che ha passato brutti momenti, e so che ha avuto la forza di risollevarsi. Stavolta però lo vedo diverso, strano. Come se non volesse più imbracciare le armi e combattere. Sembra che stia facendo una specie di contabilità del dare-avere.


GF: Già, ripeteva sempre la stessa frase: 'Sono in rosso, sono sempre stato in rosso'. Chissà che cosa voleva dire.


GB: Forse è arrivato il momento che io vada a prenderlo.


Il GB si alza e si dirige verso la porta, seguito dagli altri due Personaggi.


Sipario.





Atto Secondo - Il piatto pieno


Interno, notte. I Tre Personaggi rientrano dalla porta, il GB per ultimo. Restano in piedi in silenzio per un pò, poi il GF sbotta.


GF: Ma guarda che roba! Mangiava cosí di gusto che non ci ha neanche sentiti entrare.


GN: Qualcuno deve averlo aiutato, non può aver fatto tutto da solo. Voglio dire: la spesa, cucinare...


GF: Già, anche il vino! Dopo quel bicchiere, come ha detto? 'Ora il mio spirito è soddisfatto'. Mah, lo spirito, il vino...


GB: Un altro viaggio a vuoto, accidenti a voi!


Il GB si gira di spalle.


Sipario.



© 9 ottobre 2003

domenica 26 luglio 2009

Dimentica

giovedì 26 giugno 2008

Male di vivere

Quante piccoli graffi in fondo al cuore, quante persone che ho tenuto care, sembrano andate via lontano, in uno spazio-tempo inafferrabile !


Non so, non posso credere che un giorno diventeranno polvere e sbiaditi ricordi: fa troppo male.


Quando si unisce il cuore, così vicino, resta qualcosa che cambia l'Universo.


Sono triste e felice al tempo stesso, e questo sentimento ha un solo nome: male di vivere, ossia "malinconia".

lunedì 2 aprile 2007

La rosa nel cuore

Primavera in campagna,

gli alberi in fiore

e le fanciulle pure !


Ma il più bel fiore

è la rosa che non colsi

ed evitai di pungermi

con le sue spine,

ma il suo profumo

giunse fino a me

e mi rimase dentro.


Ricordo ancora

un bagnoschiuma

al muschio bianco,

coperto appena

dallo stridor del treno

che ti portava altrove

e mi portava via lontano


te, ferma nel cuore.

giovedì 8 febbraio 2007

Il passo

Un passo, quel passo.
Ti vedo più in là
nel tuo mondo.

Mi fermo quaggiù
in questo universo
in cui non c'è verso.

È giusto così,
va bene, lo so,
ne sono felice, lo sai.

Ma quello che è nostro
lo tengo con me:
non dimenticherai.

sabato 27 gennaio 2007

Quel giorno (cap. 1)

Sembrava strano quel risveglio, come una nota dissonante in una discreta melodia, come un sasso sporco in un torrente di montagna. Eppure era tutto come al solito: la sveglia, tenue chiarore in casa, caldo sotto le coperte, freddino appena fuori.

Fece quello che faceva ogni mattina, più o meno nel solito ordine: non era un tipo metodico, ma non amava molto le novità nelle piccole cose. Spento luci e gas, chiusa l'unica finestra che di solito apriva per guardare fuori (come se volesse anticipare la giornata con uno sguardo), uscì.

La tazza della colazione era rimasta sul tavolo: poco male, l'avrebbe lavata stasera, insieme con i pochi piatti della cena, tanto sarebbe stato solo.

Ieri era stato diverso, aveva cenato con la sua ex-moglie. Era in realtà la sua seconda ex-moglie. Certi errori si ripetono - si ripeteva. Ma non allo stesso modo, erano storie diverse. Lei non aveva voluto andare a cena fuori: "Vengo io da te, cuciniamo qualcosa" aveva detto, con quel tono che lui ben conosceva, quello che non ammette repliche. Così era arrivata, bella come sempre, bionda come non mai. "Oggi sono andata a farmi i capelli" era la prima cosa che gli aveva detto. Ogni volta che voleva sentirsi bella e rinnovata cercava di andare dal parrucchiere. Così come ogni volta che era nervosa si metteva a pulire il bagno. Prima, cioè: quando era ancora sua moglie. (... continua ...)

sabato 7 ottobre 2006

Chiara non sa - parte terza

Era uscita un momento sul balcone, a prendere qualcosa. "Chiara non sa" pensò all'improvviso. Ma erano davvero tante le cose che Chiara non sapeva, che non poteva sapere. E ancora di più quelle che lei non le avrebbe mai detto. Mai. Le venne da ridere, pensando a quel suo amico lontano che considerava prive di significato quelle due parole: "mai" e "sempre". Chissà quante volte aveva sentito frasi come "non ci lasceremo mai" o "sei mia per sempre". Ma quella volta ... Non fu una sola volta: in quel periodo si sentiva come abbandonata, poteva contare i minuti della sua vita che scorrevano via trascinandola lontano dal suo sogno. Non era un sogno qualsiasi, il suo: era un Grande Sogno. Non erano soldi, successo, lunga vita, felicità. Certo, la felicità arrivava di conseguenza. Tutto il resto tornava comodo, ma non era quello. Per una volta riuscì a ripeterselo: il suo Grande Sogno era di avere una bambina. Una figlia, e poi magari un figlio. Non sapeva spiegarsene i motivi, ma che motivi bisogna arrivare a spiegare per avere un sogno ? E dopo, quegli uomini conosciuti per breve tempo, anzi sconosciuti ... non fu premeditazione. Non ricordava neanche esattamente quanti erano stati. Nebbia fitta. A parte essere svenuta qualche tempo dopo in quel parcheggio del supermercato.

Se Chiara le avesse chiesto ... già, prima o poi le avrebbe chiesto: si sa, a scuola, gli altri bambini sono curiosi, a volte crudeli. "Mamma, chi è mio padre ? E dove sta adesso ? Perché non vive con noi ?". Tutte domande a cui non avrebbe saputo rispondere. Tutta colpa di un sogno.

"Mamma, posso giocare col Lego ?". La vita quotidiana pone altre domande. "Non adesso, Chiara: è quasi ora di cena. Vai a lavarti le mani, che fra poco si mangia".

lunedì 8 maggio 2006

La bella addormentata nel parcheggio - capitolo 2

Non avrebbe mai ritenuto la bambina colpevole della sua infelicità: aveva inseguito quel sogno per lunghi anni della sua vita, e quando in quel prontosoccorso le avevano detto che ... Quando, protetta solo da un bianco separè da prontosoccorso, il medico (era giovane, e sorrideva) le aveva detto, avvicinandosi confidenzialmente, ma con la voce non tanto bassa: "Signora, non si preoccupi, va tutto bene ! Il feto è vivo e vitale". Il feto ? aveva pensato - quale feto ? Fu quel giorno che scoprì di essere incinta. Mille pensieri frullarono improvvisamente nella sua testa. Tornò a casa sulle sue gambe, anzi su un vecchio taxi che qualcuno le aveva fatto chiamare. Come aveva fatto - pensava - a restare svenuta in quel parcheggio tutto il pomeriggio e tutta la notte senza che nessuno si accorgesse ... be', da un lato, meno male ! Ora però era arrivato il momento di pensare al bambino che stava arrivando. Certo, non era stata mai fortunata con gli uomini: troppo interessati alla sua soprannaturale bellezza, troppo attratti materialmente e troppo poco legati a lei per rendersi conto che dentro quel corpo meravigliosamente femminile albergava un'intelligenza sottile, una sensibilità straordinaria e soprattutto una capacità di sognare sogni divini, scenari da favola fatta realtà.


Dentro quella realtà desiderata con tratti di favola a lei piaceva vivere, sognando ad occhi aperti ogni minuto in cui non era banalmente occupata a preoccuparsi della sopravvivenza quotidiana e di tutte le piccole grandi magagne di un mondo imperfetto, troppo imperfetto per essere vero o anche soltanto sopportabile. Così lo vedeva, così ne soffriva. Compresi i suoi uomini: non avrebbe certo voluto cambiarne così tanti. Aveva ormai smesso di chiedersi perché il Principe Azzurro non si fosse ancora fatto vivo: chissà dov'era lontano, invischiato in chissà quale stupida battaglia che lo teneva al di fuori della sua vita, ancora per chissà quanto tempo ! Credeva ogni tanto di averlo intravisto, in questo o quel ragazzo che la corteggiava. Anche perché, ad essere ragazzo, a meno di avere una forte volontà ed essere fortemente impegnato in un solido legame altrove, non era certo difficile aver voglia di corteggiarla. Molto contava l'aspetto fisico, ma anche il comportamento, il modo di muoversi e di parlare, specialmente con le persone conosciute da poco.


Quell'uomo, invece, non era uno conosciuto da poco. Per lungo tempo avevano lavorato fianco a fianco, ma erano rimasti soltanto buoni amici. Non riusciva neanche a ricordare il momento esatto in cui ... A parte questo, le cose erano andate bene per un po', fino a quando non si trattò di decidere se andare a vivere insieme, magari sposarsi. Avevano fatto lunghi discorsi, entrambi, tutti estremanente razionali e tutti abbastanza concordi: avrebbero cominciato a convivere, ma nel frattempo avrebbero fatto tutto il necessario per arrivare ragionevolmente presto al matrimonio. Sembrava tutto così tranquillo.


"Mamma, è pronto l'amburgher ? Ho fame !" La voce dolce e squillante di Chiara arrivò ad interrompere il corso dei suoi pensieri, facendola precipitare senza paracadute nella realtà quotidiana, cruda, reale fino alla nausea. "Fra poco, fra poco" rispose ancora un po' assorta. E cominciò a spadellare in cucina.

lunedì 24 aprile 2006

Ringrazio un'amica

per avermi donato

le sue parole:




Se mi incateni

muoio,

se mi lasci

inaridisco.


E' un fiore

difficile quello

che ti dono.

E' un dono

non vincolante.

E' un dono.


Dimmi di no,

fallo !

Ti sfido, ma

ogni tua parola

segnerà il mio

cammino!

giovedì 20 aprile 2006

La bella addormentata nel parcheggio

Vado a cominciare.


Come ogni menestrello e cantastorie che si rispetti, attacco con un paio di strofe "a soggetto", cioè a cavolo, ma non troppo, accompagnate dal suono di un mandolino (forza, immaginate un mandolino !):



nel giardino d'internèt

crescono meraviglie virtuali,

illusioni-delusioni a volte reali


nel giardino d'internèt

meglio camminare che volare

non volendo porci con le ali





La bella addormentata nel parcheggio



C'era una volta, ma forse più di una volta ... una fanciulla, ignara di molte cose che esistono al mondo, ma avvezza a tenere gli occhi bene aperti.


Un giorno, dopo aver gettato un'occhiata senza speranza nel frigo desolatamente vuoto, decise che era arrivato il momento di andare al supermercato per fare la "spesa settimanale".


Lei odiava andare al supermercato: restare oltre mezz'ora chiusa in un ambiente umidiccio, rumoroso, malsano ! e poi tutte quelle luci al neon ! che mal di testa ! non poteva distendere lo sguardo, non poteva ascoltare la sua musica preferita, doveva destreggiarsi con un carrello cigolante fra corsie che certamente nascondevano il necessario, mentre non si vergognavano di invitare a comprare il superfluo, offrendo prodotti con quell'atteggiamento da prostituta neanche tanto convinta, ma piuttosto spaventata dalle minacce del protettore di turno. Già, sembrava di vederlo il "gestore", l'ennesimo impomatato aguzzino, forse un prestanome per oscuri personaggi che avevano soldi da "investire", da riciclare.


Tutto questo le passò per la mente in un attimo. Ma poi, scacciando quei tristi pensieri, si mise in macchina e si diresse verso il maledetto supermercato.


Arrivò in poco tempo. Il parcheggio era semideserto, vista l'ora. Chi si sarebbe sognato di andare là di mercoledì pomeriggio alle 3 ? Neanche i pensionati. E poi la "giornata del risparmio" riservata ai pensionati era il martedì. Faceva anche discretamente caldo, dentro la macchina. Prima di scendere, le venne in mente di cercare nella borsa una moneta, per il maledetto carrello. Guardò nel borsellino: niente. Nelle tasche laterali: niente. Allora si mise a cercare in tutte le tasche, taschine, vaschette e cassettini della macchina. Sapeva che da qualche parte uno stramaledettissimo euro doveva pure saltare fuori. Cominciò a sudare e a sentirsi strana. Si chinò per guardare se magari qualche moneta fosse scivolata sotto al sedile. Mentre sollevava la testa dopo aver frugato fin là sotto ... BAM !






L'appuntato Geraci aveva preso un faldone dall'armadio, come gli aveva ordinato il Maresciallo, e glielo stava portando sulla scrivania. Pratiche già archiviate dell'anno scorso, furti in appartamento. Ma il Comandante aveva chiesto le statistiche. Già: chissà perché ogni tanto, neanche tutti gli anni, ma solo a richiesta, arrivava un ordine "dall'alto" e bisognava mettersi a contare quanti furti c'erano stati, anzi per la precisione: quanti ne erano stati denunciati.


Poteva farlo benissimo l'appuntato Geraci, quel lavoro: avrebbe ammazzato la noia di quella mattina troppo vuota di eventi. Si sarebbe sentito parte dell'ingranaggio, avrebbe immaginato che quei numeri, i "suoi" numeri, sarebbero finiti in qualche bel rapporto ufficiale, e poi sulla scrivania del Ministro ... Ma queste sono cose che spettano a chi di dovere: e infatti il Maresciallo non perse l'occasione di riprendere l'appuntato Geraci, perché gli sembrò che fosse assorto in chissà quali pensieri, tanto che a momenti stava per inciampare e rovinare a terra con tutto il faldone dei furti. Appuntato Geraci ! ma che fa ! "Mi scusi Maresciallo ... ecco il faldone dei furti dell'anno scorso".


In quel momento, squilla il telefono. Il Maresciallo si fa subito scuro in volto. Prende la pistola e ordina all'appuntato di seguirlo: era stato segnalato qualcosa di sospetto nel parcheggio del supermercato. A quell'ora. Saranno state le 9, le 9 e trenta di mattina.


Con l'auto di servizio ma senza sirena arrivano al parcheggio: il custode del supermercato, col suo grembiule blu, sporco di grasso e polvere, li sta aspettando. E' agitatissimo. Laggiù, venite, nella macchina ! In un angolo un po' appartato del parcheggio c'è un'utilitaria, ferma, a motore spento. Sembra una delle tante macchine che ogni giorno transitavano da quel parcheggio, mezz'ora, un'ora, il tempo necessario per fare la spesa, ma ... I tre si avvicinano, quasi trascinati dal custode, che continua ad agitarsi, indicando la macchina. Dai finestrini si intravvede appena una giovane donna, riversa di lato sui sedili anteriori. E' immobile. Sembra morta.


Con consumata maestria, agevolata dalla scarsa resistenza della serratura dell'auto, il Maresciallo apre la portiera, mentre l'appuntato controlla intorno. Nessun movimento sospetto. A quell'ora i clienti del supermercato sono ancora pochissimi, essendo appena aperto. La donna giace immobile, come se, seduta al posto di guida, fosse caduta di fianco, accasciata verso destra. Ora, da così vicino, non sembra più ... il Maresciallo le sente il polso: debolissimo. Presto, un'ambulanza ! I due Carabinieri controllano: non c'è traccia di ferite, né di violenza. Cercano di rianimarla, con scarsi risultati.


I barellieri caricano la donna sull'ambulanza, che riparte subito a sirene spiegate.






"Mamma, come si scrive 'rinozauro' ?" la voce della bambina echeggia dalla sua stanzetta, attraverso il piccolo corridoio, fino alla cucina, dove la madre sta mettendo a posto la spesa, parte nel frigorifero e parte nei pensili. Il latte va in frigo. Carne e verdura pure. La farina la metto qui sul tavolo, dopo ci pensiamo. Dove si sono cacciati gli yogurt ? Finiscono sempre in fondo alla busta ! Eccoli qua: questi vanno subito in frigo ! vicino al latte.


Alzo la testa, giusto in tempo per sentire la voce della bambina che ripete insistente: "Allora ? 'rinoxauo' ?". "No, no ! Di-no-sau-ro ! Capito ? Di-no-sa-u-ro" ripeto, cercando di staccare le sillabe una dall'altra. Silenzio.


Meglio sbrigarsi a mettere tutto a posto. Com'è tardi ! Si perde sempre un sacco di tempo, ogni volta che andiamo a quel maledetto supermercato. Bisogna cominciare a cucinare: che fare per cena ? "Chiara, lo vuoi l'hamburger ?". Silenzio.


Dopo un attimo: "Di-no-zauro ? con la zeta ? come zanzara ?". Uffa. Basta gridare per tutta casa, non serve. Ora vado di là e glielo spiego. "Ti ho detto 'Di-no-sssaaa-u-ro' con la esse di serpente ! con la esse, capito ?". La bambina scrive lentamente 'dinosauro' sul quaderno, con grafia incerta ma convinta.


"Allora, va bene l'hamburger ?". Silenzio. Dopo un attimo, Chiara alza lo sguardo verso la madre: "che hai detto ?". La madre scuote la testa, spazientita: "ho detto se vuoi l' AM-BUR-GHER !" sibilando. Silenzio. "Boh, vabbè, fà quello che vuoi ... tanto non ho fame".


(continua ...)

lunedì 20 marzo 2006

Barcellona, ti amo

Ho il piacere di pubblicare (con autorizzazione) le impressioni di un'amica appena tornata da un viaggio a Barcellona, città che ho visitato molti anni fa' e che è rimasta nel mio cuore: la amo nello stesso identico modo descritto qui, e quindi ...






Barcellona mi ha fatto innamorare. Innamorare di me.


Barcellona mi ha accolta con un abbraccio tiepido e l'odore del mare, con i colori di Gaudì, le sue atmosfere da fiaba in un mosaico di sfumature, il suo alto sguardo, il suo tendere al suo ottimo anche con la consapevolezza di non riuscire a vederne la realizzazione. Il fatalismo, il destino che non è mai inellutabile, ma in continuo progressivo possibile probabile cambiamento.


Barcellona ti immerge negli artisti da strada della rambla con il suo incedere lento e quasi svogliato, ti trascina docilmente fino al mare, ti regola i ritmi secondo un lento, calmo, sereno passo di mille anni fa'. Ti fa girare intorno, e poi ti assale con il quartiere gotico dove le ampie strade della rambla scompaiono per far posto a viuzze strette, piccole, contorte, inanellate, bizzarre, attraenti, magnetiche e confuse in cui i ristoranti più chic, più esclusivi condividono il marciapiede con le botteghe degli artisti fantasiosi ed eccentrici, dove ti siedi a terra a mangiare i tacos, e alzi lo sguardo che si spezza sulle altissime guglie della cattedrale: che emozione ! ne ho ancora i colori negl'occhi, colore che si intona con i quadri di Picasso che rappresentano appieno il non-sense.


Forse ho amplificato le atmosfere e acceso i colori, forse ho visualizzato in rosa l'oceano increspato e il vociare che non infastidisce.


Barcellona, io ti amo.

venerdì 11 novembre 2005

Luci a San Siro

E invece, la vita ... la normalità ... scrivi, scrivi, scrivi ... non resta altro che un fiume di parole, che una volta ci univa, e adesso ci ha divisi per sempre.


O forse sono io che non ho capito niente. E come nelle nostre infinite discussioni, "lei" aveva già capito tutto, aveva trovato l'unica strada "giusta", perché era l'unica percorribile. Ma io volevo viverli, quei sentimenti, volevo buttarmi e rischiare ... volevo soprattutto stare con "lei", solo con "lei", volevo impararla a memoria, e poi fingere di dimenticarla, e studiarla di nuovo, centimentro per centimetro, e mangiarla, a piccoli morsi, amare tutto il suo "sapore", quello vero, interno, della sua anima, che forse neanche "lei" conosceva.


E invece ero il suo giullare di tastiera e video, la spalla virtuale delle sue avventure e delusioni, a volte lo specchio dei suoi sogni: non mi bastava tutto questo ? Era già un miracolo. Non mi bastava. Volevo andare fino in fondo, volevo entrare in questo sogno e viverlo, senza sognarlo come in uno specchio rotto, ché con i cocci dello specchio ci si taglia, e poi porta sfortuna. Testardo. E cieco. E folle. Mi son tuffato nello specchio. Si è rotto. Ci siamo fatti male. Che importa io ! Le ho fatto male: solo questo importa. E come un assassino mi sono allontanato da luogo del delitto: senza correre, senza un fiato, come se non fosse successo niente. E adesso è tutto finito. Non ricordo più il suo dolce viso, non rivedo più il suo stupendo corpo, i suoi occhi magnetici, non sento più la sua voce vellutata che tante volte mi ha stregato, non ricordo neanche il sottile profumo dei capelli suoi, che non ho mai bagnato di lacrime, come avrei voluto ...


E' come se mi fossi appena svegliato da un sogno, dal più bel sogno della mia vita ... e non c'è più il sogno, resta la vita.


"Luci a San Siro" non ne accenderanno più ...

giovedì 27 ottobre 2005

Tutto

Tutto morto, finito,

come se non fosse mai esistito.

Piangerai ? io ho già pianto abbastanza,

oppure dimenticherai, credendo

fino in fondo di non aver sbagliato,

di non avermi ucciso, accoltellato.


Tutto finito, morto,

senza pensare a chi ha avuto ragione o torto,

senza poterti accarezzar le mani,

senza considerarci esseri umani,

senza dolore che sta nella memoria,

soltanto brutta fine di una storia.


Fragile ed orgogliosa tu,

troppo deciso io:

rimane il vuoto,

come il rimbombo mesto

di un addio.

sabato 22 ottobre 2005

Passi

Aspetterò che passi.

Tutto sommato,

sono soltanto anni

della mia vita,

sono soltanto battiti

del cuore

quelli che ti ho donato.


Forse più di così

tu non sapevi

volermi bene

e in fondo

chissà se ti conviene.


Aspetterò che il vento

disperda nella nebbia

il tuo profumo

e l'eco dei tuoi passi.


Dedicata
a tutte le donne che ho amato
e che non mi hanno amato.

giovedì 20 ottobre 2005

Uno conosciuto in Internet

Così mi hai chiamato: "uno conosciuto in Internet". Senza dubbio, se stessi scrivendo un verbale di riunione condominiale, io per te sarei "uno conosciuto in Internet". Perché è "lì" che ci siamo conosciuti, anzi che ho scoperto dove scrivevi e ti ho lasciato un commento, e mi hai risposto, e ... seguono due anni e mezzo di parole fra noi. Ma non solo parole, anche sentimenti: potrei citarne una decina, tutti diversi.


Guarda che differenza: io non ho mai pensato a te, in tutto questo tempo, come ad "una conosciuta in Internet". Semplicemente perché non ti ho mai vista così: per me sei una persona, ma questo concetto di "persona" non sono riuscito, in tutto questo tempo, a farti capire che cosa significa veramente per me. Tu sei un essere umano con il tuo grappolo di pensieri, esperienze, sentimenti, emozioni. Io sono un altro essere umano con altrettanto carico. Condizione diversa è la tenerezza con cui ti ho considerato e il senso di protezione che hai saputo, forse senza volerlo, suscitare in me. Se hai usato quell'espressione, sicuramente non altrettanto conto io nella tua vita, nel tuo modo di viverla e affrontarla.


Le delusioni, come gli esami, non finiscono mai. Se dovessi dare di te una definizione, direi che sei una delle mie più grandi delusioni. Ma non voglio certo confinarti dentro una definizione, non sarebbe degno di me. Resterai là fuori, là dove il tuo modo di essere, e non certo la mia volontà ti hanno ricacciato. Resterai nella nebbia, al freddo. Non sentirò i tuoi lamenti, anzi neanche saprò se sei felice o se piangi. Camminerò frettoloso sul marciapiede opposto, verso la mia casa, consumando la mia vita, senza ulteriormente cercare di intrecciarla con frammenti della tua, senza emozionarmi nel guardare la tua immagine, senza la speranza di poter ascoltare la tua voce, di tanto in tanto. D'altronde, "uno conosciuto in Internet" non può pretendere niente di più, non può sognare.


E' stato bello immaginarti diversamente, sognarti a condividere certe mie passioni, come la scrittura, e vivere le emozioni che ho vissuto. Ma come accade inevitabilmente, la realtà ad un certo punto presenta il conto.


E io resto senza Musa Ispiratrice.

mercoledì 12 ottobre 2005

Il più bello dei mari

Il più bello dei mari 
è quello che non navigammo
Il più bello dei nostri figli
non è ancora cresciuto
I più belli dei nostri giorni
non li abbiamo ancora vissuti
E quello
che vorrei dirti di più bello
non te l’ho ancora detto.
(Nazim Hikmet)


Il mare che non navigammo.
Ricordi quanto abbiamo fantasticato per quel viaggio insieme ? Tu volevi la macchina scoperta, almeno, visto che la moto non ce la potevamo permettere a causa mia. Avremmo costeggiato la Francia del sud, la Costa Azzurra, e poi saremmo entrati in Spagna, fendendo l'aria dell'Andalusia coi nostri cuori sorpresi a sentirsi finalmente vicini ... Un bel giro su una barca di pescatori, su quel mare che luccica e che invita a sognare, ad allungare le giornate estive ... e che non navigammo.


Il figlio non cresciuto.
Me ne parlasti, una volta, di Chiara, la tua figlia futura, immaginata e destinata ad essere semplicemente bella come la madre. Non c'è ancora, chissà. Avrei voluto fartela crescere dentro più di un desiderio. Ma non è stato.


Il giorno non vissuto.
Ormai lo sai, è quello: il 3 dicembre, quando venni alla stazione, quasi a intercettare il tuo passaggio, troppo vicino a me per non tentare. Furono soltanto sei minuti, vissuti insieme in mezzo ad altra gente. Furono l'eternità di un giorno mai vissuto.


Non te l'ho detto.
Forse sì, te l'ho detto: con voce sussurrata, con parole di poeta, col grido solitario delle mie notti insonni, con questo essere dannatamente me stesso, te lo dico ogni giorno. Non te l'ho ancora detto, non ho avuto tempo: ma il tempo non perdona chi non trova il coraggio di viverlo. Non te l'ho ancora detto, non mi hai permesso di parlare: ma di parole forse non c'era bisogno. Ora è il momento, di dirti ciò che non ti ho ancora detto: "ti voglio bene, tanto".

sabato 8 ottobre 2005

15 ottobre 2017

15/10/2017


Ciao C.


Forse ti starai chiedendo perché ti scrivo questa lettera. Sono passati dodici anni dall'ultima volta che ci siamo scritti: ogni giorno, per più di due anni, erano decine di e-mail fra noi, salvo qualche breve periodo di lontananza.


Ci sono stati momenti di crisi, di profonda incomprensione, incazzature. Ma ci sono stati lunghi periodi di pace, di buon accordo, perfino di amicizia.


Lo dico qui, perché dopo aver letto queste mie parole la penserai diversamente. Non sono parole da amico, quelle che ti sto per dire. Ma neanche da nemico.


Il fatto è che ti ho amato come nessun'altra donna in vita mia. E un sentimento così non finisce in un lampo: semplicemente, non finisce.


Ti ho sognata nella maniera più dolce e appassionata. Diresti che ti ho sognata come non sei, ci scommetto. Ma è proprio questo che non sono riuscito a farti capire. Con la forza del mio amore ho avuto la presunzione di trasformarti in quello che forse non sei, ma che avresti potuto essere. Mi piaceva immaginarmi accoccolato sulla tua pancia a succhiarti dolcemente e crudelmente il seno, come un bambino che assapora il dolce nettare che sgorga dal seno della mamma. Mi piaceva pensare che avrei potuto darti il doppio dell'immenso affetto che desideravi. Avrei potuto massaggiarti quando riposavi dalle fatiche della palestra. Ti avrei osservato danzare a piedi nudi nella penombra della stanza, al ritmo della tua musica preferita. Avrei tuffato i miei occhi nel dolce e aspro colore dei tuoi, ipnotizzandoti d'amore.


Non hai voluto accettare tutto questo. Peggio, non hai voluto capire. Colpa mia, forse, che non ho saputo prendere decisioni diverse da quelle che ho preso.


Oggi i miei figli sono tutti maggiorenni, ed io vivo da solo in un piccolo appartamento mezzo vuoto. E' giusto che sia così, ma è troppo tardi: troppo tardi per ritrovare il mio giusto equilibrio sentimentale, troppo tardi per "rifarmi una vita", troppo tardi per pensare a qualsiasi cosa che non sia semplicemente me stesso, le mie necessità quotidiane, i miei malanni. E qualche piccola distrazione, come la lettura e la musica. Ricordi quante parole abbiamo speso per raccontarci le nostre diverse passioni musicali ? Anche le letture, ma un po' meno. Chissà se poi hai portato a termine quel tuo progetto di coreografia, quel balletto di cui mi mandasti anche una foto. Chissà se alla fine hai trovato quella serenità di sentimenti che disperatamente cercavi, con qualcuno. Non riesco a immaginarti, o forse non voglio più.


Chiudo questa mia inutile ultima lettera mandandoti un caro pensiero, anche se credo che mi odierai più di prima: col tempo, forse, le mie parole ti saranno più comprensibili. Chissà dov'è finito il robottino che ti diedi quel giorno alla stazione ...


Non mi vergogno di firmarmi con una lacrima,


tuo

C.